Recensione “Agonie della civiltà” di Marco Cioffi

Recensione “Agonie della civiltà” di Marco Cioffi

Tempo di lettura stimato:
4 minuti


Agonie della civiltà è un testo immaginifico, non soltanto perché accompagnato dai dipinti dell’artista Tiziana Pers ma soprattutto per l’enorme quantità di scenari quasi tangibili che le parole di Marco Cioffi suscitano nel lettore che vi si imbatte. È quindi da un punto di vista stilistico che l’autore agisce per disegnare i contorni di quelle agonie che si incarnano in membra premeditatamente e arbitrariamente collocate al confine; le catene di aggettivi che spesso precedono il sostantivo, che in altri contesti e in altre opere potrebbero risultare stucchevoli, quasi autocelebrative, in questo testo esaltano la nitidezza di una sofferenza individuale e collettiva tramutata in verso poetico, quel “costante idilliaco inesorabile oblio” che caratterizza la contemporaneità.
Il poetare di Cioffi, che ad una prima lettura può apparire essenzialmente cupo, privo di una qualsiasi forma di speranza e, perciò, disilluso, è in realtà pervaso di una tensione ininterrottamente volta verso un differente e inusuale voler-essere-per-il-mondo, verso una dimensione tratteggiante nuove linee volontariamente slegate dai percorsi culturalmente imposti, una dimensione in cui è importante annientare vecchi confini ma è altrettanto importante non crearne di nuovi.
Proprio i confini sono il tema centrale della silloge, il filo su cui la poesia, da necessità espressiva e mezzo per spiegarsi questa stramaledetta vita, diventa manifesto politico, doppia declinazione del cogito ergo sum1 cartesiano che, passando per il mi rivolto dunque siamo2 di Camus, muta in mi rivolto dunque scrivo.
E il tema dei confini emerge indirettamente anche in quelle liriche che, apparentemente, parlano d’altro. È il caso di “Nudità del cuore”, poesia in cui Cioffi affronta il tema del lutto e in cui “la presenza forte della tua assenza” non è semplicemente la trascrizione di ciò che lascia la persona amata nel momento della definitiva dipartita bensì una condizione che, prima o poi, travolge tutti. C’è un fluire costante della dimensione soggettiva verso un divenire capace di trascendere l’individuo senza demolirlo, un fluire che tenta di scavalcare i limiti politici che determinano, seguendo la riflessione di Butler, chi è degno di lutto e chi non lo è. La consapevolezza della precarietà ontologica che accompagna ogni vivente, precarietà che apre a una vulnerabilità sentimentale anche, e soprattutto, laddove il corpo malato, mutilato, deceduto non è il proprio, si appesantisce ulteriormente nel momento in cui diventa evidente come intere classi di individui siano collocate ancor più in là della precarietà inevitabile che caratterizza la vita. È il caso dei corpi dei migranti e del dramma di “quei tristi giorni a Lampedusa” ma anche dei corpi non umani che “Scivolando urlanti crepano/sulla solita lama sporca”.
Proprio i dipinti di Tiziana Pers giocano un ruolo fondamentale nell’evidenziare l’immensa classe di individui cui è istituzionalmente negato tanto il lutto quanto la vita: gli animali non umani. Animali la cui autodeterminazione ostacoliamo anche soltanto a livello linguistico attraverso la categorizzazione di non umano, quella categorizzazione che, performativamente3, esclude dalla sfera morale e politica coloro che ne “usufruiscono” e che riecheggia antiche pseudo-verità protagoree che trasciniamo da venticinque secoli. Tali dipinti incarnano un effetto disturbante volto a intessere, attraverso lo sguardo degli animali raffigurati, legami logici attorno al tema della precarietà dell’esistenza, legami logici non a tutti, ahinoi, evidenti. Ed è proprio l’accostamento del dolore interminabile dei migranti, “il dolore di questa prevedibile tragedia/ripetutamente ignorata”, alle immagini, dal tratto gocciolante, raffiguranti i non umani che costringe il lettorespettatore alle connessioni tra l’incarnazione del dolore in corpi differenti ma non troppo.
E i dipinti non sono l’unico elemento disturbante all’interno della silloge. La stessa successione delle poesie appare, a volte, volutamente contraddittoria. In “Universi sommersi”, ad esempio, emerge un Cioffi cupo, quasi rassegnato, conscio che “Abbiamo seminato troppo odio/ per veder germogliare ancora amore”, sentimento subito smentito dalla speranza che, invece, trasuda dalla lirica successiva “Coltivare il valore”. “Coltivare il valore unico/di ogni istante” è una riemersione dal pantano governato dalla mancanza di orizzonti e soluzioni, una sorta di “medicina”, come la definisce l’autore, una riabilitazione indiscussa del vivere utopico. L’autore avrà forse fatto tesoro delle parole di un altro poeta, Pasolini, il quale affermava come, in realtà, grande pessimismo comporti necessariamente grande ottimismo.
È quindi la costante propensione all’utopia il regalo più grande di questo testo. La consapevolezza del dramma esistenziale che ogni essere relazionale può esperire, aggravato da un’organizzazione socio-politica che si dota di dispositivi escludenti e violenti, non è una scusa per l’inazione e l’immobilismo; proprio il baratro spinge coloro che vi si trovano intrappolati a volerne uscire. Nel poetare, come nell’attivismo, Cioffi intravede una prima liberazione, il divenir coscienza di una tragedia che, forse, mai si risolverà ma che proprio grazie a quel “forse” si colloca, ancora, su un terreno indeterminato, lasciando ampi margini di azione. È perciò evidente come “Avere l’indistinto coraggio/di contestare la levigata normalità/diventa –per ora- dunque/l’unica rivoluzione possibile”.


Danilo Gatto


Agonie della civiltà
Autore: Marco Cioffi
Illustrazioni: Tiziana Pers
Editore: Augh!
Anno: 2017
ISBN: 978-88-9343-158-3
Prezzo di copertina: Euro 15,00
Pagine: 114


Note:


1) Cfr. Cartesio, Discorso sul metodo, Mondadori, 2000.
2) Cfr. Alber Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano, 2012
3) L’atto performativo è “un’asserzione che non descrive un certo stato delle cose, non espone un qualche fatto, bensì permette al parlante di compiere una vera e propria azione. Tramite un atto performativo si compie quello che si dice di fare e conseguentemente si produce immediatamente un fatto reale.”
Cfr. Wikipedia, Atto performativo, https://it.wikipedia.org/wiki/Atto_performativo